FocusUnimore > numero 40 – ottobre 2023

I PRIN 2022 con PI di Unimore finanziati dal MUR che si inseriscono nelle aree Scienze e Vita trattano molteplici argomenti che spaziano dalla prevenzione di malattie alla robotica assistiva, nel campo Vita, per passare a fenomeni specifici come la bioerosione o lo studio di polimeri per l’ambito delle Scienze.

Il ventaglio dei progetti dell’area Vita si apre con quello coordinato dalla Prof.ssa Valeria Marigo di Unimore che, in collaborazione con il Prof. Sandro Banfi dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, si propone di eseguire l’analisi trascrittomica a livello di singola cellula per una malattia rara che porta alla cecità, la retinite pigmentosa (RP).

La RP è una malattia ereditaria che causa la perdita della vista a causa della degenerazione dei bastoncelli della retina e può essere correlata a mutazioni in oltre 100 geni diversi. Sebbene siano disponibili alcune terapie specifiche per geni specifici, la maggior parte dei pazienti non ha accesso ad alcun trattamento efficace. È quindi necessario sviluppare approcci terapeutici indipendenti da mutazioni specifiche per superare l’elevata eterogeneità genetica alla base della RP.

“Per rispondere a questa esigenza medica – spiega Prof.ssa Valeria Marigo – abbiamo pensato di approfondire i meccanismi patogenetici che portano alla degenerazione dei fotorecettori, al fine di evidenziare geni e funzioni che possano rappresentare bersagli terapeutici rilevanti. Per colmare l’attuale lacuna di conoscenze sugli eventi patogenetici alla base di questa condizione, proponiamo di analizzare la trascrittomica di singole cellule in tre fasi rilevanti della degenerazione dei bastoncelli in due modelli murini di RP ben noti, causati da mutazioni in geni diversi”.

Questo sarà il primo studio applicato alla RP con l’obiettivo di confrontare l’espressione genica con un approccio longitudinale a livello di singola cellula. Il progetto si baserà sulla collaborazione tra due unità con competenze complementari nel campo della genetica delle malattie retiniche, sia dal punto di vista della genomica funzionale e bioinformatica che della biologia cellulare retinica.

Dalla retinite pigmentosa alle patologie legate al fumo di tabacco, che rappresentano la principale causa di morte evitabile nel mondo e provocano circa 100mila decessi all’anno in Italia. Recentemente, le sigarette elettroniche sono state introdotte come mezzo meno dannoso per il rilascio di nicotina rispetto alle sigarette tradizionali. Sebbene meno dannose di queste ultime, le sigarette elettroniche sono anch’esse associate ad alcune patologie e, a causa della loro novità, gli effetti sulla salute a lungo termine sono ancora sconosciuti.

Il loro consumo tra adolescenti e giovani adulti inoltre è in crescita e, portando alla dipendenza dalla nicotina, predispone al successivo utilizzo della sigaretta tradizionale. L’obiettivo di questo progetto, che ha come PI il Prof. Miche Zoli con la collaborazione della Dr.ssa Antonietta Vilella, del Prof. Jonathan Mapelli e della Dr.ssa Daniela Gandolfi, è ottenere una caratterizzazione della risposta neurofisiologica nei topi all’esposizione cronica di fumo di sigaretta o al vapore di sigaretta elettronica, modalità di somministrazione analoghe a quelle umane, sia durante il periodo di esposizione che durante il successivo periodo di astinenza.

“Nel complesso, in questo progetto – spiega il Prof. Zoli – proponiamo di studiare e confrontare con una accuratezza senza precedenti gli effetti comportamentali e funzionali dell’esposizione e dell’astinenza cronica da sigaretta tradizionale e da sigaretta elettronica”.

Se è certo che il fumo sia dannoso per uomini e donne, ancora poco si conosce su quali e quante siano le molecole capaci di espletare attività “pro-salute” in specifiche categorie di alimenti. Questo è particolarmente vero per il latte e i suoi derivati in quanto i trattamenti termici e le trasformazioni lattiero-casearie modificano la composizione primaria del latte, favorendo lo sviluppo di differenti molecole, alcune con impatto positivo altre con effetto negativo sulla salute del consumatore.

Le proteine del latte possono essere idrolizzate dai batteri lattici utilizzati nei processi di trasformazione oppure dai batteri del microbiota intestinale in peptidi bioattivi (BP, bioactive peptides), capaci di modulare positivamente le funzionalità umane. D’altro canto, il trattamento termico del latte porta alla formazione di molecole dannose che promuovono lo stress ossidativo, l’infiammazione e il rischio cardiovascolare. Benché sia nota la presenza nei derivati del latte di questi due tipologie di molecole, non sono disponibili informazioni sulle quantità presenti nei diversi alimenti, sulla loro biodisponibilità e su come il microbiota intestinale possa contribuire sia alla loro formazione che degradazione.

L’obiettivo del progetto coordinato dalla Prof. Maddalena Rossi è far luce su duplice ruolo dei BPs e AGE nei prodotti lattiero caseari e investigarne il destino in vivo. A tale scopo si procederà ad una mappatura quali-quantitativa del contenuto di BPs and AGEs su diverse tipologie di prodotti lattiero caseari attraverso le più innovative tecniche di spettrometria di massa. Partner del progetto sono la Dott. Simonetta Caira del CNR di Napoli e il Prof. Francesco Addeo dell’Università di Napoli Federico II, riferimenti nell’ambito di proteomica e peptidomica delle proteine del latte.

Una volta caratterizzate le componenti bioattive di latte e derivati, si investigherà il destino in vivo di BPs ed AGEs introdotti con la dieta ed il ruolo del microbiota intestinale nella loro formazione e degradazione attraverso un trial nutrizionale su soggetti sani condotto sotto la supervisione del Prof. Antonio Rispo (Università di Napoli Federico II).

I nuovi meccanismi molecolari alla base dell’aggressività dei tumori dipendenti dagli ormoni rappresentano invece l’ambito di studio del PRIN coordinato dalla Prof.ssa Carol Imbriano, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano.

Gli ormoni sono molecole prodotte nell’organismo che regolano la fisiologia delle cellule e l’attività di organi specifici, ma possono anche stimolare la crescita di alcuni tumori, come il tumore della prostata e della mammella. Questi due tipi di tumore sono tra i più frequenti nel mondo e, nonostante l’efficacia dei programmi di screening nella diagnosi precoce, sono ancora causa di morte nella popolazione a seguito della formazione di tumori secondari, determinati dalla diffusione delle cellule tumorali ad altri organi. La caratterizzazione del profilo molecolare dei tumori può migliorare la prognosi e predire la risposta al trattamento, evitando l’insorgenza di metastasi.

I due team coinvolti nel progetto studieranno il contributo dei modulatori trascrizionali NF-Y e SMYD3 nell’aggressività del tumore della prostata e della mammella. Le due proteine sono infatti coinvolte nella regolazione trascrizionale e epigenetica di molteplici vie cellulari che possono partecipare al processo di progressione e metastatizzazione tumorale. Il team coordinato dalla Prof.ssa Imbriano ha già dimostrato recentemente che i livelli di espressione di NF-Y e delle sue forme di splicing alternativo, molecole di mRNA maturo differenti che derivano dallo stesso gene, sono alterati nei tessuti di tumore prostatico.

Il progetto PRIN consentirà quindi di approfondire questi studi per comprendere come le isoforme di NF-Y siano in grado di modificare l’espressione dei geni a valle che controllano l’interazione delle cellule tumorali con il microambiente e conferiscono invasività metastatica alle cellule tumorali.

Il coinvolgimento del gruppo di Anatomia Patologica coordinato dal Prof. Luca Reggiani Bonetti di Unimore sarà fondamentale per associare l’analisi dei nuovi marcatori molecolari identificati alla diagnostica di routine, evitando di sottostimare il grado di aggressività del tumore. La collaborazione con l’Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori “Dino Amadori” – IRST IRCCS permetterà di utilizzare gli embrioni di pesce zebra (Zebrafish) per studiare il comportamento delle cellule tumorali tramite visualizzazione diretta della crescita di tumori e metastasi in un organismo modello vertebrato.

Non si discosta da questo ambito di studi quello del progetto coordinato dal Prof. Giulio Rastelli del Dipartimento di Scienze della Vita, al quale partecipano le Proff.sse Carol Imbriano, Silvia Franchini, Claudia Sorbi, Silvia Belluti e il Prof. Luca Pinzi del medesimo Dipartimento, che punta a sviluppare un nuovo candidato farmaco per combattere il tumore alla prostata metastatico resistente alla castrazione. Si tratta di una forma di tumore particolarmente aggressiva per la quale esistono opzioni terapeutiche molto limitate.

L’idea alla base del progetto è quella di concepire molecole con attività “polifarmacologica”, che vadano cioè a colpire contemporaneamente due bersagli biologici (gli enzimi HDAC6 e Hsp90) molto rilevanti per la progressione del tumore alla prostata verso forme aggressive e farmaco-resistenti. In questo modo è possibile ottenere un effetto sinergico, che da una parte è in grado di fornire farmaci più potenti rispetto a quelli a singolo bersaglio, e dall’altra consente di “aggirare” il problema della farmaco-resistenza.

Il progetto è già in corso da alcuni anni e ha prodotto un numero elevato di molecole, alcune delle quali sono risultate essere molto potenti nel bloccare l’attività biologica dei bersagli oggetto di studio ed esercitare attività antitumorale. “Grazie al finanziamento PRIN – spiega il Prof. Rastelli – sarà ora possibile proseguire con gli studi di ottimizzazione dei composti “lead” più promettenti, attraverso un processo iterativo, tipico del drug discovery, che consentirà di migliorare il profilo biologico dei nostri migliori candidati, portandoli fino alla sperimentazione in vivo”.

Il gruppo che fa capo al Prof. Rastelli si occupa degli studi di progettazione al computer, la sintesi delle molecole progettate e la sperimentazione in vitro delle molecole ottenute. La seconda unità operativa del progetto, capitanata dal Prof. Antonello di Paolo del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa, sarà invece responsabile della sperimentazione in vivo delle migliori molecole risultanti dal processo di ottimizzazione.

La mielofibrosi e i meccanismi alla base del suo sviluppo sono al centro del progetto PRIN under 40 coordinato dalla Prof.ssa Elisa Bianchi. La mielofibrosi è un tumore ematologico per il quale non esistono attualmente terapie risolutive. Questa neoplasia è caratterizzata dallo sviluppo di infiammazione cronica e fibrosi a livello del midollo osseo, la sede in cui normalmente sono localizzate le cellule staminali emopoietiche che garantiscono la continua produzione di tutte le cellule del sangue per l’intera vita di un individuo.

La Prof.ssa Bianchi insieme al gruppo della Prof.ssa Rossella Manfredini ha già dimostrato, con uno studio pubblicato sulla rivista internazionale Leukemia, che nelle cellule emopoietiche di pazienti con mielofibrosi è aumentata l’espressione dell’oncogene Maf, una proteina che lega specifiche sequenze di DNA (i geni) e ne attiva l’espressione, influenzando il comportamento di una cellula. Lo stesso studio dimostra che l’aumentata espressione di Maf è in grado di amplificare la produzione di molecole che promuovono l’infiammazione e la fibrosi.

Ulteriori dati preliminari suggeriscono inoltre una iperattivazione delle vie di segnalazione mediate da alcuni recettori Toll-like nelle cellule neoplastiche di pazienti con mielofibrosi che, analogamente a quanto fa l’aumentata espressione di Maf, potrebbe contribuire alla iperproduzione di molecole che promuovono l’infiammazione e la fibrosi.

Sulla base di questi dati preliminari, il progetto PRIN ha quindi lo scopo di andare ad indagare ulteriormente il ruolo di Maf e dei recettori Toll-like nella patogenesi della mielofibrosi e identificare nuovi approcci terapeutici per bersagliare questi attori molecolari nelle cellule neoplastiche allo scopo di interferire con produzione abnorme di molecole proinfiammatorie e fibrogeniche, quindi con lo sviluppo dell’infiammazione e della fibrosi midollare nei pazienti con mielofibrosi, migliorandone le opportunità terapeutiche e le prospettive di vita.

Nel progetto, che prevede di partire dal paziente per studiarne le cellule tumorali, sarà fondamentale la stretta collaborazione con il gruppo di ematologi clinici coordinato dal Prof. Mario Luppi, docente Unimore e primario della struttura complessa di Ematologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena. Il progetto PRIN coinvolgerà inoltre una seconda unità coordinata dal Prof. Alessandro Malara dell’Università di Pavia, che studia da anni la mielofibrosi e il ruolo di recettori Toll-like in questa malattia.

Prenderanno presto il via anche le attività del progetto PRIN coordinato dalla Prof.ssa Maria Paola Costi, per lo sviluppo di nuove molecole ad azione antitumorale per il trattamento del carcinoma colon rettale (CRC). Il progetto coinvolgerà un network traslazionale già consolidato e costituito da ricercatori delle Università di Modena e Reggio Emilia e di Ferrara (PI Prof. Remo Guerrini).

L‘ambizioso obiettivo è quello di sviluppare nuove molecole ad attività antiproliferativa attive verso il tumore colonrettale (CRC) dirette al complesso trascrizionale YAP:TEAD, un target molecolare di particolare rilevanza negli ultimi anni. Più nel dettaglio, questo complesso nucleare è l’effettore finale di una via di segnalazione cellulare, l’Hippo Pathway,che è responsabile della crescita accelerata della massa tumorale e dello sviluppo di metastasi. Le mutazioni a livello delle proteine YAP e TEAD, infatti, ricorrono in numerosi sottotipi di carcinomi solidi, e inducono l’iper-espressione di geni anti-apoptotici, molecole di adesione cellulare, e di fattori di crescita. La cascata di questi eventi molecolari contribuiscono a rendere la chemioterapia inefficacie nei suoi stadi più avanzati.

I membri del Team, che comprende chimici farmaceutici (Prof. Alberto Venturelli e Dr. Lorenzo Tagliazucchi, biochimici e biologi Prof. Gaetano Marverti e Prof. Domenico D’Arca, e due postdoc, con differenti expertise), utilizzeranno tecniche avanzate di biologia molecolare e Chemical Biology per indagare in vitro l’attività degli inibitori.

I risultati di questo progetto contribuiranno a migliorare la comprensione del meccanismo d’azione di questa via metabolica di alto interesse, e produrranno molecole attive nei confronti di una proteina che sino ad ora era stata poco considerata nelle strategie di Drug Discovery. L’impatto sulla cura del CRC sarà quello di ottenere composti in sviluppo preclinico con proprietà migliori rispetto ai farmaci comunemente utilizzati e attivi verso tumori resistenti.

Si occupa invece di innesti epidermici che possono riparare in modo permanente gravi difetti a carico della cute, come, ad esempio le ustioni profonde, il PRIN coordinato dal Prof. Michele De Luca.

Di recente questa tecnologia è stata estesa anche alla terapia genica di gravi malattie genetiche della pelle, come l’Epidermolisi Bollosa (EB). Una revisione critica dei risultati ottenuti in ambito clinico ha evidenziato che il successo clinico di una coltura di epidermide è strettamente correlato alla disponibilità di un numero sufficiente di cellule staminali, alla strategia di terapia genica adottata per la correzione genetica e ad una solida comprensione dei meccanismi molecolari alla base della patologia genetica. Nonostante l’efficacia e la sicurezza dimostrate della terapia genica con vettori gamma-retrovirali (γRV) in cellule staminali epidermiche, alcune perplessità persistono. I problemi di sicurezza nell’uso di γRV sono associati al rischio di mutagenesi inserzionale, oggi superato grazie allo sviluppo del γRV inattivati (SIN).

L’analisi clonale eseguita su epidermide transgenica post trapianto ha dimostrato che la sopravvivenza e il rinnovamento dell’epidermide umana dipendono esclusivamente da cellule staminali auto-rinnovanti. Le staminali generano costantemente progenitori che svolgono un ruolo cruciale ma temporaneo nel processo rigenerativo. Per rilevare le cellule staminali epidermiche, l’unico test disponibile è l’analisi clonale, una procedura lunga e complessa. Di conseguenza, è di fondamentale importanza condurre un’analisi dettagliata dei processi molecolari che regolano l’autorinnovamento dei cheratinociti staminali cheratinociti a livello di singola cellula, affinché siano garantiti i presupposti per applicazioni cliniche.

“In questo progetto – spiega il Prof. De Luca – proponiamo l’adozione di un approccio multi-omico per valutare la sicurezza e l’efficacia nell’utilizzo di cheratinociti staminali per approcci di terapia combinata cellulare e genica e per definire in dettaglio i processi che regolano l’autorinnovamento le cellule staminali epiteliali”.

L’obiettivo sarà quello di definire un atlante esaustivo del profilo transcrizionale e proteomico di cellule staminali e progenitori in colture cellulari derivate da donatori sani e pazienti EB, prima e dopo la correzione genica con vettori γRV. I dati derivanti da questo studio permetteranno di sviluppare test di biosicurezza in vitro e in vivo per vettori γRV in terapia genica.

“Grazie a una solida base scientifica e a una rete integrata di competenze condivise tra l’Università di Modena e Reggio Emilia, l’Università degli Studi di Torino e l’Università di Bologna – prosegue il Prof. De Luca – prevediamo di apportare nuove conoscenze significative nell’applicazione traslazionale delle cellule staminali”.

Sempre di rigenerazione di tessuti, in particolare delle cavità nasali, tratta il progetto che vede come PI la Prof.ssa Graziella Pellegrini. Nello specifico si studia la Sindrome del Naso Vuoto (ENS), una condizione che si manifesta nel 20 per cento dei pazienti sottoposti a resezione totale o subtotale dei turbinati, i cui sintomi principali sono sensazioni di soffocamento e di ostruzione, sanguinamento e formazione di croste nasali, disturbi del sonno, ansia e depressione con elevata percentuale di suicidio.

I trattamenti medici esistenti affrontano principalmente i sintomi senza offrire una soluzione definitiva, mentre i metodi chirurgici ricostruttivi spesso si concentrano sul ripristino del volume della cavità nasale piuttosto che sulla rigenerazione della mucosa respiratoria, responsabile della filtrazione, del riscaldamento e dell’umidificazione dell’aria.

Vi è pertanto una crescente necessità di approcci ricostruttivi che utilizzino innesti che imitino più fedelmente la composizione e la struttura del turbinato. Questo progetto mira a caratterizzare i trascrittomi delle cellule epiteliali e dei condrociti delle vie aeree per sviluppare uno pseudo-turbinato completamente autologo composto da un innesto di cartilagine nasale (N-TEC) ricoperto da un epitelio delle vie aeree completamente funzionale.

Le soluzioni innovative per rigenerare il turbinato umano tridimensionale si concentrerebbero innanzitutto sulla caratterizzazione molecolare e sull’analisi dei percorsi che mantengono i condrociti differenziati e sostengono le cellule che formano olocloni attraverso la profilazione dell’RNA a cellula singola degli epiteli delle vie aeree.

Nell’ambito dell’area delle Scienze si collocano quattro progetti, a partire dalle immagini ottenute tramite tecniche di tomografia, vitali per molti aspetti della medicina, tra cui il rilevamento e la diagnosi delle malattie, la pianificazione del trattamento e il monitoraggio della risposta alla terapia.

La ricerca recente si è concentrata sulla progettazione di nuovi approcci alla ricostruzione delle immagini tomografiche, basati su tecniche computazionali avanzate.

Il progetto PRIN, che ha come PI il Prof. Marco Prato, ha l’obiettivo di proporre algoritmi innovativi per la ricostruzione e il miglioramento di immagini TC con acquisizioni a bassa dose, a scansioni ridotte o mediante radiazione a bassa frequenza. Gli strumenti-chiave del progetto saranno tecniche avanzate di ottimizzazione numerica, che rappresentano lo strumento cruciale per risolvere concretamente i modelli matematici formulati in tempi compatibili con quelli di una diagnosi medica, e di intelligenza artificiale, in particolare di machine learning, capaci di sfruttare le informazioni presenti nella grande di quantità di dati disponibili sul web.

Il progetto si avvale dell’esperienza maturata nel corso degli anni in entrambi questi ambiti dai ricercatori del Dipartimento FIM di Unimore all’interno del gruppo di ricerca OASIS (www.oasis.unimore.it), che avranno il ruolo di unità coordinatrice, e comprende altre due unità di ricerca aventi sede all’Università di Milano e all’Università di Bologna.

Il progetto coordinato dalla Principal Investigator Prof.ssa Rita Magri di Unimore, in collaborazione con le unità dell’Università di Bologna e del Politecnico di Torino, ha invece come obiettivo la progettazione e realizzazione di binder polimerici ecologici (possibilmente solubili in acqua) a basso costo e con funzionalità di autoriparazione per anodi di batterie agli ioni di Litio. L’unità Unimore si occuperà della costruzione di modelli atomistici per i possibili binder e della simulazione della loro struttura e comportamento mediante metodi computazionali ad alta prestazione.

I risultati delle simulazioni saranno confrontati con i risultati del lavoro di caratterizzazione e le misure su elettrodi e celle delle unità Unibo e PoliTo. Il lavoro sinergico delle tre unità sarà volto alla ottimizzazione strutturale dei binder per anodi di celle elettrochimiche più efficienti, più potenti, di maggiore durata e senza materiali tossici.

La domanda sempre crescente di componenti elettronici ad alta velocità, alta densità e basso consumo ha stimolato la comunità scientifica a identificare nuovi paradigmi di elaborazione e comunicazione delle informazioni. Scenari interessanti sono emersi operando su gradi di libertà degli elettroni nei materiali diversi dalla loro carica, portando alla spintronica (grado di libertà di spin) e, più recentemente, alla valletronica (grado di libertà di valle). In quest’ultimo caso si sfrutta il fatto che gli elettroni mobili nei cristalli si accumulano in minimi equivalenti dell’energia (cosiddette valli) caratterizzati da diverse quantità di moto, fornendo agli elettroni un ulteriore grado di libertà.

Il progetto coordinato dal Prof. Marco Gibertini si inserisce in questo contesto. Ad affiancarlo saranno i gruppi di ricerca del Dott. Antimo Marrazzo, dell’Università di Trieste, e del Prof. Gianluca Fiori, dell’Università di Pisa.

Questo progetto mira a trarre vantaggio dai potenti mezzi forniti dal calcolo ad alte prestazioni (high performance computing, HPC) e dalle capacità predittive delle simulazioni basate sulla meccanica quantistica nella formulazione della teoria della funzionale densità verso l’identificazione di materiali promettenti per la spin-valletronica.

Verranno esplorate al calcolatore mediante data mining e calcoli ad alto rendimento (high-throughput) le proprietà di centinaia di materiali, in particolare antiferromagneti bidimensionali, allargando le ricerche ad eterostrutture magnete-semiconduttore-magnete, con lo scopo di definire approcci efficaci per controllare la polarizzazione di spin-valle attraverso un campo elettrico verticale. L’efficienza tecnologica dei materiali identificati come più promettenti sarà studiata mediante simulazioni multi-scala di dispositivi realistici, per le quali verrà sviluppata una formulazione innovativa.

La tematica del progetto PRIN coordinato dal Prof. Stefano Orlandini riguarda infine la modellazione dei flussi superficiali e sotterranei nei sistemi fluviali arginati soggetti a bioerosione e vede la partecipazione anche della Prof.ssa Lisa Borgatti (Geologia Applicata, Università di Bologna) e del Prof. Giacomo Santini (Ecologia, Università degli Studi di Firenze).

All’interno di Unimore partecipano al progetto il Prof. Giovanni Moretti (Idrologia) e la Prof.ssa Isabella Morlini (Statistica Metodologica). Il progetto si propone di migliorare la comprensione dei fattori ecologici che portano i mammiferi fossori a costruire le loro tane all’interno degli argini dei sistemi fluviali vallivi. Si propone inoltre di migliorare la comprensione dei processi idrologici, geologici ed ecologici che in modo combinato determinano la struttura delle tane e la loro interazione con le correnti fluviali e con la precipitazione diretta sull’argine.

L’obiettivo della ricerca è identificare nuovi paradigmi per lo sviluppo di ecosistemi fluviali dove la biodiversità sia garantita insieme alla sicurezza idraulica delle arginature durante gli eventi di piena. Gli elementi principali della ricerca comprendono un esperimento sull’asta fluviale del fiume Secchia, l’uso di sistemi di monitoraggio innovativo, l’analisi statistica dei dati raccolti, e lo sviluppo di nuovi modelli di interazione dinamica tra correnti fluviali di piena e arginature.

La geometria delle tane sarà osservata attraverso il tracciamento 3D del movimento di animali dotati di sensori registratori sviluppati dalla Swansea University. I meccanismi di collasso arginale saranno riprodotti sul campo e monitorati misurando l’evoluzione della geometria, dei flussi idrici e dello stato geomeccanico dell’argine. I dati raccolti saranno analizzati statisticamente e utilizzati per corroborare modelli idraulici e geomeccanici accoppiati che possano catturare gli aspetti fondamentali dell’interazione tra correnti fluviali e arginature durante le piene.

PRIN 2022 Area Scienze – Vita